about
altri link
anni80 aquila cassiacafe gatta gattomammone grillo
blog archivio
oggi
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
counter visitato *loading* volte
 |
 |
15/07/2006

La salamandra
di Massimo Gramellini
Altro che caimano. Quell'uomo è una salamandra. Passa in mezzo a qualunque fuoco e raccatta i cadaveri bruciati di chi ha osato sfidarlo, ma anche di chi si è illuso di poter rimanere troppo a lungo suo socio. Qui non c'entrano le idee politiche e le passioni tifose, ma soltanto i fatti.
Tangentopoli: l'amico Bettino Craxi finisce ad Hammamet, lui ne arraffa gli elettori e sale a Palazzo Chigi. Calciopoli: la Juve di Moggiraudo, sua alleata storica, precipita in B a meno 30, che anche se dovessero ridursi in appello significano due anni senza serie A. Invece il Milan non solo resta nel campionato principale e diventa padrone unico del calcio italiano, ma acquisisce la possibilità di soffiare i talenti migliori alla vecchia compagna d'avventure. Altro che piazzale Loreto a tappe, come vaticinato dal fedele Confalonieri durante la campagna di terrorismo psicologico delle ultime ore. Questo è un trionfo. Di più: un affare. Come se un mese fa gli avessero detto: ti offriamo l'esilio calcistico del tuo socio juventino, a cui potrai portare via i pezzi pregiati a prezzi d'occasione, e in più il drastico ridimensionamento di quel Della Valle che molti fastidi ti ha procurato in Confindustria e nella Lega Calcio. In cambio ti chiediamo di darci 5 sconfitte in campionato (a tanto ammonta la penalizzazione di 15 punti) e di rinunciare per un anno alla Champions League (ma non alla Coppa Uefa, grazie a un cavillo che spieghiamo sul giornale) Ci stai?
Eccome se ci è stato. Manovrando ancora una volta con spregiudicatezza l'arma atomica dei diritti televisivi. Col Milan retrocesso, nessuna squadra avrebbe più visto un euro. Così invece il sistema è salvo e in B ci vanno soltanto gli altri. Si conferma un assunto ormai consolidato: per qualche strana e incomprensibile congiunzione astrale, l'unico essere umano che sia mai riuscito a fregare Berlusconi rimane un tifoso del Toro: Romano Prodi.
14/07/2006

Non accetteremmo
di Massimo Gramellini
Un processo celebratosi secondo le regole del diritto sportivo sta per decidere in quale serie giocheranno alcune squadre di calcio piuttosto note. I dirigenti interessati aspettano la sentenza con agitazione comprensibile, ma in rispettoso silenzio. Tutti tranne uno. Il solito. Quello che riconta le schede elettorali ormai da qualche mese e che ancor prima di conoscere il destino del suo Milan mette le mani avanti: «Non accetteremmo una decisione che penalizzasse i tifosi». E quindi? Farà invadere la Federcalcio da Boldi e da Bondi? Legherà Galliani a una traversa di San Siro? Il dialetto piemontese ha un'espressione splendida per definire un atteggiamento del genere. «Cissé la maraja», traducibile con: aizzare i ragazzacci. In senso metaforico, fomentare i bassi istinti che si agitano dentro ciascuno di noi. A ben pensarci, è ciò che quest'uomo ha fatto per anni: sdoganare i pruriti anarcoidi del cittadino medio e dar loro la legittimità di autentiche rivendicazioni. Avrebbe fallito, non si fosse rivolto a un pubblico che non aspettava altro. Quelli che quando il figlio viene bocciato si arrabbiano con il professore invece che col somaro. Che se il vigile gli dà una multa per divieto di sosta, è perché ce l'ha con loro e comunque la colpa è del Comune che non fa i parcheggi.
Quelli che se un altro cantante regista attore valletta impiegato muratore idraulico vince un premio oppure ottiene un aumento, dietro c'è sempre qualche complotto e una volontà precisa di discriminazione nei loro confronti. Quelli, insomma, che non sanno perdere e, rifiutandosi di assumersi le responsabilità dei propri errori, continuano a commetterne. Il bello è che lui, il pifferaio capo, non è affatto come loro. Sa imparare dagli sbagli e per questo è ancora sulla breccia a settant'anni. Ma per miopia di bottega preferisce dare cattivi consigli che buoni esempi.
11/07/2006

Cosa gli avrà mai detto?
di Massimo Gramellini
Quale immagine di questa finale resterà fra vent'anni, quando nelle altre nazioni non ricorderanno più chi l'aveva vinta e in Francia faranno finta di esserselo dimenticato?
A) Il «sììììììììììì» squarciagolato dal timido Pirlo, non appena l'ultimo rigore azzurro gonfia la rete. B) Il prodigioso materializzarsi di Mastella sul podio della tribuna d'onore un attimo dopo. C) La testata di Zidane a quel brillante conversatore di Materazzi.
Come capita sempre con le cose brutte, è probabile sia proprio la C) a passare alla storia. Fin da ieri, non avendo niente di più serio da fare, il mondo ha preso a interrogarsi su quale provocazione abbia potuto innescare il germe della follia che abita nel fuoriclasse francese.
Perché, se Zidane non è un santone, neanche Materazzi è un santino. In Brasile hanno scomodato persino i non udenti per ricostruire attraverso i «labiali» lo storico incontro, avvenuto nello stadio di Berlino durante i tempi supplementari. Secondo una prima ricostruzione, attualmente al vaglio di Dan Brown e dell'intero priorato di Sion, lo stopper interista avrebbe rivelato all'interlocutore: «Non era Maria Maddalena a lavorare per strada, ma una tua parente intima».
Mamma, moglie o sorella? Qui le versioni divergono, ma rientrano comunque nella cupa normalità dei dialoghi fra «sportivi»: sembra davvero incredibile che un campione abituato a solcare i campi e gli insulti di mezzo mondo se ne sia potuto adontare al punto da perdere la testa fino a farla rimbalzare sul torace di un avversario.
Escluso che Materazzi abbia inteso complimentarsi con il francese per la sua splendida capigliatura, non gode di grande credito nemmeno la versione ritrovata in alcune intercettazioni telefoniche: «Ma Moggi non t'aveva detto di sbagliarlo, il rigore?». L'ipotesi più sconvolgente, e credibile, ha cominciato a circolare in serata sui computer di mezzo mondo. Materazzi avrebbe chiesto a Zidane: «Verresti a giocare nell'Inter?».
27/06/2006
25/06/2006

Porcelli e porcelle / Massimo Gramellini
Le intercettazioni telefoniche registrano lo smercio, ma fanno anche affiorare il deperimento delle modalità del vizio. Mediocre, sciatto e privo di fascino: tipico di una società in decadenza. I principi hanno sempre peccato più dei poveri. Però adesso lo fanno «come» i poveri. D'ora in poi Vittorio Emanuele potrà andare sull'Isola dei Famosi e un concorrente del Grande Fratello farsi incoronare principe ereditario. Nessuno noterà la differenza, dato che nulla più distingue le classi sociali, se non la ricchezza, e anche questo spiega perché tutti ormai puntino esclusivamente a quella.
DICA DICA Ma siamo davvero tutti uguali e tutti egualmente squallidi? O come nella «Fattoria degli animali», alcuni porcelli sono più uguali degli altri? Esisterà ancora una possibilità di evoluzione e di grandezza, persino o almeno nel vizio? L'ultima Telefonovela getta nuova luce su alcuni archetipi di umani e di italiani. Il signor Savoia, per esempio, assurge a emblema del maschio medio e mitomane, anche al netto delle porcherie sulle «belle bambine da sc... urlando» e delle banalità da origliante di frasi fatte: «Sono cacciatore e ogni tanto mi piace sparare». Un re che parla come uno scaricatore di porto e pluricornifica la moglie di nascosto come un borghese piccolo piccolo, eppure nel profondo dell'anima, e anche più in basso, si sente l'imperatore delle galassie microgonnate, un monarca seicentesco che non deve sottostare ad alcuna legge e a cui tutto è dovuto ed è dovuto gratis: gli abiti, la scorta fino alla scaletta dell’aereo, le prostitute bionde per riempire i rari momenti d'ozio fra una partita a golf e un pisolino. «C'ho tre quarti d'ora e volevo andare a puttane», comunica garrulo al suo amico procacciatore. «Dica dica», risponde premuroso il Bonazza, un cognome che è già un indizio, e una missione. Neanche si accorge di fare il verso al «Dica duca» di Totò. Il Savoia che c'ha tre quarti d'ora si sente autorizzato ad accelerare, senza perdersi in sforzi per lui sovrumani, quale di sicuro sarebbe la coniugazione di un verbo: «Andare sempre, come si chiamava quella là?». «Alicia, Alice, Alicia, Alice». Si chiami come vuole, al principe sta a cuore un unico aspetto della vicenda. «Gli do duecento euro e non di più, eh». Una volta ne ha pagati 500 in anticipo, e per andare in bianco, poi: «A schiaffi bisogna prenderla, quella baldracca», fu il suo commento principesco. Per questo il Bonazza lo rassicura: «Duecento euro? No, no, anche niente… Gli faccia un salutino, un bacino e basta. Gli dica che arrangio io, dopo». Perché il Bonazza è uno che arrangia e che si arrangia, portando subito il conto: «Senta, principe, mi permetta… avrei bisogno che lei mi presentasse un generale della Finanza…». E l'altro, che quando non c'è da spendere che la propria onorabilità è più lesto di un furetto: «Chi vuole? Un carabiniere o una fiamma gialla?», domanda con regale noncuranza. come se fossero due uova al tegamino. «Fiamma gialla, fiamma gialla». «Ok, sarà fatto». E' tutto un frou frou di do ut des.
COME LA SMART Il «prezioso Sottile», così lo adula al telefono la preziosa Paola Saluzzi, appare un modello di maschio precavernicolo più tradizionale ed è calato dentro uno scenario meno sorprendente: sottobosco politico e Rai. Di suo ci aggiunge l'entusiasmo famelico del parvenu di destra tenuto a stecchetto dal luglio 1943: «Caro Lorenzo, domattina chi ci trombiamo?» «Bè, ti portavo Stellina, questa…» «Mi portavi Stellina, gioia… Vuole entrare al centro sperimentale di cinematografia. E' piccola ma carina. Compatta. Come la Smart. Roba fresca». Rapito dalla promessa di simile visione, il prezioso Sottile volteggia sulle ali della poesia: «Ci facciamo fare un bel p… va. E se non ci sta, l'ammazzo di botte». Dopo la prova-qualità, ammetterà che la Smart era carina «dalla cintola in su», come si diceva una volta di certi attaccanti bravi solo nel gioco di testa. Quel che l'accomuna al modello «avanzi Savoia» è una sconfortante pigrizia. La sua è una passione senza passione, senza mai il brivido di un corteggiamento e l'esigenza di uno sforzo che esalti e nobiliti il peccato. Per sentirsi qualcuno, un portavoce come Sottile ha bisogno ogni tanto di farsi portare qualcosa anche lui: le ragazze, direttamente in ufficio. Da vero maschio stanziale, il suo divertimento maggiore non consiste nel fare sesso, ma nel vantarsene. «Maria Monsé? Io non solo ho approfondito, ma so dove va ad approfondire lei… Un bel tipo di porcella. Porcella doc». Il passaggio più tragicamente comico è quello in cui Sottile cerca di piazzare la moglie fra gli autori di un reality, ma l'interlocutore equivoca, pensando stia parlando di una delle solite ragazze. Fra i tanti che si sono indignati nel leggere le sue parole, non uno che ne abbia tratto l'ovvia conseguenza di chiedere la privatizzazione della Rai per sottrarla agli appetiti dei funzionari di partito e lasciarla a quelli dei proprietari, che se non altro sono meno numerosi. Resta poi da capire perchè un uomo tanto fine come Fini si sia scelto per portavoce una voce così, e per moglie una signora che quando vuole far sapere a un amico di essersi molto impegnata in un determinato affare, afferma: «Me so sbattuta er c...». Il minimo che si possa dedurre è che Fini non sia fine come sembra.
MORTE DI FAMA Comunque si concluda l'incubo delle intercettazioni, Elisabetta Gregoraci ha già realizzato il sogno di ogni cenerentola moderna: si è fidanzata col principe buzzurro della Formula Uno e tutti i giornali la chiamano soubrette. Ma soubrette de che?, commenterebbe il prezioso Sottile con uno dei suoi preziosissimi amici Rai, per esempio il Sangiovanni, vicedirettore delle risorse Rai, e che risorse fossero risulta ormai abbastanza chiaro. Dicono: una volta la ragazza che andava con un potente chiedeva come pegno d'amore un anello, adesso la comparsata in tv. Non è del tutto vero, e comunque non è l'aspetto più interessante del problema. Le donne giovani e carine hanno sempre desiderato entrare nel mondo dello spettacolo e molte di loro erano disposte anche in passato a scendere a compromessi. La novità è che un tempo il sistema pretendeva da queste ragazze (e ragazzi) che sapessero ballare, cantare, presentare. Adesso gli si urla da tutte le trasmissioni che l'unica cosa che conta è abbronzarsi al sole di una telecamera. Non importa avere talento, basta esserci e farsi vedere. Questo drastico abbassamento dei requisiti di selezione ha avuto l'effetto di indurre molte più persone ad accarezzare il sogno: se fino a dieci anni fa una bella ragazza con gambe legnose e timbro vocale da Iervolino si sarebbe accontentata di fare la reginetta nella sagra di paese, adesso pensa legittimamente di poter diventare la Carrà. E lo pensa perché nella tv di oggi nessuno le chiede di cantare come Mina o slanciare la gamba come Heather Parisi. Basta sorridere ed essere «carine». In fondo, la stessa cosa che le chiedono quei maschi che la aspettano al varco per offrirle il lasciapassare verso la celebrità.
24/06/2006

|
La legge illeggibile di Michele Ainis (La Stampa)
Confesso: ho letto la riforma costituzionale parola per parola. Confesso di nuovo: ne sono uscito un po' bagnato. Per forza: mi è caduta addosso una pioggia di 8.533 parole, una grandinata di rinvii dall'uno all'altro articolo, un diluvio di combinati disposti che rimbalzano di comma in comma (e infatti il termine «comma» si ripete per 111 volte). Tanto per dire, il vecchio articolo 70 se la cavava con 9 smilze parolette: «la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». E in questi sessant'anni non ha affatto impedito al Parlamento d'approvare molte leggi (in media una ogni 2 giorni), talvolta buone, talvolta censurabili. Viceversa il nuovo le rimpiazza con un torrente di 585 parole, sicché da solo è ben più esteso dell'intera parte introduttiva della Costituzione, quella dove trovano spazio i principi di libertà, d'eguaglianza, di solidarietà, che fin qui hanno retto il nostro vivere comune.
Ma a che serve infarcire un testo costituzionale di regole pedanti e cavillose? E quali effetti ne derivano? Semplice: serve a rassicurare i contendenti quando la competizione politica trasuda diffidenza, disistima, disprezzo fra le parti. Ma gli effetti sono per lo più l'opposto di quelli perseguiti. Un po' perché il diavolo, come suol dirsi, s'annida nei dettagli. Un po' perché i principi uniscono, le regole dividono. I primi s'adattano alle diverse stagioni della storia, formando un collante fra le generazioni; le seconde durano il tempo d'un fiammifero. D'altronde è proprio questa la lezione che ci impartisce l'esperienza, dato che le costituzioni lunghe non hanno avuto mai troppa fortuna. Basta por mente a quella staliniana, o ai 406 articoli della vecchia Carta jugoslava; e raffrontarle ai 7 articoli (e 27 emendamenti) della Costituzione americana, che è viva da due secoli, e gode d'ottima salute.
Eccola infatti la cifra unificante di quest'improvvida riforma: l'istituzionalizzazione della rissa, del calcio sugli stinchi. Rissa fra Camera e Senato, dato che per esempio l'una è competente sul risparmio, l'altro sulle casse di risparmio. Rissa fra lo Stato e le regioni, giacché devolution significa disgregazione. Rissa dinanzi alla Consulta, con 8 mila e più comuni pronti a scoccare le frecce che la riforma consegna loro in dote. E infine, ahimè, rissa linguistica. Nel dicembre 1947 Terracini, presidente della Costituente, incaricò Concetto Marchesi di rileggere il testo prima di porlo in votazione, per migliorarne l'eleganza, per curarne la sobrietà. A ripetere l'operazione questa volta, non si saprebbe da dove cominciare.
E infatti. Fra i termini più cari ai ri-costituenti c'è la parola «sensi» (usata in 25 casi). Una rivincita del pensiero laico liberale libertario libertino? Macché, il trionfo del burocratese: «ai sensi» di questo o di quell'altro comma. Saltabeccando fra gli articoli, incontri il fantasma di monsieur de La Palice (118: «gli enti autonomi hanno iniziativa autonoma»; 123: «lo statuto è approvato con legge approvata»). Inciampi in brani da settimana enigmistica (117: «la regione interessata ratifica le intese della regione medesima». Ma la regione interessata è la medesima della regione medesima?). T'imbatti in formule mistiche (127-ter: «le competenze delle conferenze»). Infili filastrocche (69: «non cumulabilità delle indennità derivanti dalla titolarità»). Da ultimo barcolli durante lo slalom linguistico cui ti costringe l'articolo 64: «l'espressione del parere che ogni Consiglio può esprimere».
Domanda: ma la legge più alta può infrangere le leggi della lingua? Ed è ancora una legge, quella che nessuno riesce a leggere? In attesa che il referendum detti il suo responso, non mi resta che concludere così: «Io vorrebbe esprimere l'espressione del mio più negativo diniego».
|
23/06/2006

Le bufale referendarie di Luca Ricolfi
|
Dunque domenica si sceglie. Ridotto all’osso il dilemma è questo: dire sì a una riforma che non funzionerà (quella del centro-destra), o tenerci una riforma che ha già dimostrato di non funzionare (quella del centro-sinistra)?
E’ paradossale, ma la realtà è che i due schieramenti riconoscono che le rispettive riforme costituzionali, entrambe imposte a colpi di maggioranza, «sono migliorabili», un eufemismo che nel linguaggio della politica traduce il più crudo «sono un pasticcio». Nello stesso tempo, anziché dirci in modo esplicito come intenderebbero correggerle, impiegano tutte le loro energie nel terrorizzare gli elettori su quel che accadrebbe se vincessero «gli altri».
Il risultato, come sempre in questi casi, sarà che la maggioranza degli italiani non andrà a votare, mentre la minoranza che andrà a votare si dividerà abbastanza equilibratamente fra la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che tutto cambi in peggio, e la sub-minoranza che corre alle urne perché teme che nulla cambi in meglio.
Esiste un’alternativa? No, però, almeno una cosa possiamo cercare di farla: sgombrare il campo da bufale e specchietti per le allodole.
Lo specchietto per le allodole più penoso è la riduzione del numero dei parlamentari: il centro-destra ci sta puntando molto, ma la differenza fra un Parlamento di 1000 membri e un Parlamento di 800 è sostanzialmente irrilevante per il funzionamento del Parlamento stesso, e ha effetti assolutamente irrisori sul bilancio pubblico. Se l’argomento viene sbandierato con tanta insistenza è solo perché è uno dei pochi aspetti della riforma comprensibile a chiunque, e condivisibile da tutti. Ma votare una riforma che cambia radicalmente il funzionamento della nostra democrazia solo perché taglia del 20% il numero dei parlamentari, è come comprare un'auto da corsa perché ti danno in omaggio un video con il cartone animato dei Simpson.
La bufala più grande, invece, l’ha tirata fuori il centro-sinistra negli ultimi giorni per spaventare i cittadini del Nord: adottare la devolution costerebbe la bellezza di 250 miliardi di euro (16 punti di Pil!), dunque più o meno otto volte la correzione strutturale ipotizzata dal Governatore della Banca d'Italia per risanare i nostri conti pubblici (2 punti di Pil). Non sarebbe neanche il caso di menzionare un’assurdità simile, se essa non avesse ricevuto un notevole spazio su giornali, televisioni e Internet: eppure basta uno sguardo ai conti pubblici per rendersi conto che a una simile cifra non si arriverebbe neppure se si duplicasse l’intera spesa sanitaria e scolastica, compresi gli stipendi di medici e insegnanti nonché tutti gli acquisti di beni intermedi!
Sgombrato il campo dagli argomenti più rozzi e demagogici, restano le legittime paure dei difensori del no e dei difensori del sì.
I difensori del no temono che, in caso di vittoria del sì, il governo Prodi si indebolisca, e non abbia la forza di bloccare l’entrata in vigore della nuova Costituzione, che essi considerano oltremodo dannosa per l’Italia. L’argomento è discutibile, perché Parlamenti e governi hanno sempre trovato il modo di aggirare la volontà popolare (ricordate il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti?), e nel caso in questione, chiunque vinca, la «volontà popolare» difficilmente rappresenterà più del 20% del corpo elettorale. E tuttavia la preoccupazione non è infondata: se prevalessero i sì, e Prodi dovesse cadere, e infine la Cdl vincesse nuove elezioni, sarebbe difficile evitare la progressiva entrata in vigore della nuova Costituzione. Dunque chi teme (giustamente, a mio parere) che essa non funzionerebbe, ha buone ragioni per preoccuparsi di una vittoria dei sì.
I difensori del sì, per parte loro, temono che in caso di vittoria del no tutto si blocchi. E’ vero, Fassino ha promesso che - una volta incassato il no e tolto di mezzo il brutto anatroccolo della devolution - il centro-sinistra sarebbe pronto ad aprire il dialogo con l’opposizione alla ricerca di una terza soluzione, capace di lasciarsi alle spalle sia la riforma imposta dal centro-sinistra nel 2001, sia quella imposta dal centro-destra nel 2006. E tuttavia i difensori del sì non hanno tutti i torti ad obiettargli che lo scenario più probabile è un altro: la vittoria dei no rafforzerebbe soprattutto i custodi più intransigenti dell’ortodossia costituzionale, e i riformisti del centro-sinistra - per salvare l’unità della coalizione - finirebbero per doversi arrendere alle forze conservatrici.
Così si torna al problema iniziale: i nostri politici ci vogliono far scegliere fra due soluzioni che essi stessi giudicano insoddisfacenti. Sicché viene naturale chiedersi: come mai non hanno pensato di mettersi d’accordo prima del voto su una terza soluzione, impegnandosi solennemente a sostenerla quale che sia l’esito del referendum?
La risposta è semplice: perché qualsiasi soluzione ben definita avrebbe creato divisioni sia nella maggioranza sia nell’opposizione, e né Prodi né Berlusconi vogliono rischiare la propria leadership assumendo posizioni chiare e impegnative. A dispetto del continuo richiamo al dialogo, quel che i leader dei due schieramenti ci stanno chiedendo è solo una delega in bianco: fateci vincere, e poi penseremo noi a usare nel modo migliore la forza che voi ci avrete dato.
Niente di strano, è la politica. Ma la politica non può stupirsi se il gioco non ci appassiona più di tanto.
|
22/06/2006

Decisi a non decidere
di Massimo Gramellini
|
Le istituzioni hanno un talento speciale nel maneggiare il Tempo come una fionda per accecare il loro peggior nemico: la serietà. La giornata di ieri ha offerto due piccoli capolavori. Il primo riguarda gli spot per spiegare i referendum al volgo. Chiunque abbia visto quelli di Mediaset si sarà fatto l'idea che domenica gli italiani debbano esprimersi su un solo quesito a risposta incorporata: volete diminuire il numero dei parlamentari? Il resto della riforma, dalla moltiplicazione delle burocrazie regionali al piccolo particolare che la riduzione degli onorevoli scatterà fra una decina d'anni, in quanto potenziale fomentatore di dubbi è stato cassato. Ci si sarebbe aspettati che i ragazzi dell'Authority per le Comunicazioni intervenissero subito, lancia in resta. Invece, fra un monito e un invito, si è dovuto attendere ieri per veder piovere una diffida vera e propria, che a quarantotto ore dalla conclusione della campagna referendaria più che a un atto di giustizia assomiglia a una presa in giro.
Il governo di centrosinistra non è da meno, quanto a gestione creativa del tempo. Se ne accorgerà la commissaria europea De Palacio, che è rimasta l'unica a credere che la Tav si farà. Il governo Prodi l'ha ricevuta con tutti gli onori, affermando che la ferrovia ultrarapida è una priorità. Quando però si è trattato di indicarle una data per il responso definitivo, quei maestri di mandarinismo hanno strizzato gli occhietti e rimandato ogni decisione a un fantomatico Tavolo che nei piani della sinistra rossoverde ha il compito essenziale di far trascorrere il tempo, in attesa che scadano i termini per il finanziamento dell'impresa e siano le circostanze esterne a seppellirla. Bisogna ammetterlo: nessuno sa essere indecisionista con più decisione di noi.
|
20/06/2006

|
Libertà vo cercando
di Massimo Gramellini
Giornali e commentatori di destra hanno avviato un dibattito sulla legittimità delle intercettazioni telefoniche, come un tempo intorno al ruolo dei pentìti. L'effetto è abbastanza lunare. Davanti ai nostri occhi scorre uno spaccato di società volgare e meschina, che anche quando non è penalmente rilevante appare moralmente disgustoso. Ma ai garantisti di parte toglie il sonno una preoccupazione sola: sarà lecito ficcare il naso nella vita degli indagati? E' una gran bella domanda. Però in una ideale hit parade delle emergenze, andrebbe posta fra l'ottantesimo e il novantesimo posto. Prima sarebbe più impellente discutere se sia lecito rubare, condurre affari loschi, disprezzare le donne, comportarsi con l'arroganza che deriva da una presunzione di impunità e ridurre il proprio orizzonte di vita a una pratica squallida di vizi mediocri e mediocremente esercitati, trincerandosi dietro il padre di tutti i pensieri deboli: «così fan tutti».
E' un'idea infantile e comoda di libertà che porta i suoi cantori a farla coincidere con la salvaguardia della privacy invece che con la responsabilità dei propri atti. La libertà è parola adulta e bisogna meritarsela. A furia di condannare come intrusivo ogni intervento dello Stato sui comportamenti individuali, abbiamo costruito una società in cui nessuno crede più a niente, tanto meno allo Stato, e tutti sono liberi solo di essere infelici. Educare i propri membri a non viver come bruti è un dovere della comunità, non un'imposizione autoritaria. E se la paura di veder spiattellati i propri abissi sul giornale può servire allo scopo, un liberale accetta, sia pur a malincuore, che la privacy retroceda di un passo: ne farà uno avanti quando potrà poggiarsi su gambe meno flaccide.
|
19/06/2006

Jena/Maestà
Quando Vittorio Emanuele ha dichiarato di essere innocente, il suo compagno di cella lo ha rassicurato: «Maestà, qua siamo tutti innocenti».
16/06/2006
|